Trent′anni della caduta del muro di Berlino


Quando l’abbiamo abbattuto, non sapevamo
quanto era alto
dentro di noi.

C’eravamo abituati
a quell’orizzonte
e all’assenza di vento.

Alla sua ombra nessuno
faceva ombra.

Ormai siamo qui
senza più scuse.

 

Sono passati trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, il simbolo di un’epoca e di un mondo che vincitori e vinti avevano divisi in due blocchi.
Chi può dimenticare la  notte magica e libertaria del 9 novembre del 1989, con il muro che cade e i berlinesi dell’Est che frugano l’Ovest, una città sommersa da una massa umana fatta di colori, emozioni, curiosità, frenesie, rivincite. I ragazzi che ballano davanti alla Porta di Brandeburgo, molti a cavalcioni del muro prossimo ad essere distrutto, Berlino finalmente città aperta. La distruzione di quel muro aveva illuso tanti di noi.

Così non è stato.
Il mondo torna a dividersi, a proteggersi, a chiudersi. In Europa, in Africa, in Asia, in America. Dappertutto chilometri di muri, barriere, steccati per esorcizzare la paura della grande invasione.

Penso alla barriera di separazione costruita qualche anno fa tra Ungheria e Serbia: una recinzione metallica, alta tre metri e mezzo, lunga 175 chilometri, posta sul confine dei due stati per respingere gli immigrati in arrivo dai Balcani. O quella tra Bulgaria e Turchia innalzata anch’essa per questa ragione: 268 chilometri di reti metalliche e filo spinato, vigilate, ogni 100 metri, da un soldato di guardia.

Ricordo anche quello che fu uno dei primi ordini esecutivi firmati dal Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump: la progettazione di un muro al confine col Messico per limitare l’immigrazione clandestina. Un muro che dovrà essere lungo circa 1600 chilometri. Un muro di cemento armato e di acciaio che dovrebbe costare attorno ai 30 miliardi di dollari.

E poi il “Muro” per eccellenza, quello che divide Israele dalla Palestina, Gerusalemme da Betlemme. Il Muro divide due mondi, due popoli, due culture, che, fino a poco tempo fa, cercavano di convivere pur nelle loro differenze. Lungo più di settecento chilometri, il muro ingloba la maggior parte delle colonie israeliane e la quasi totalità dei pozzi. Il suo tracciato è stato modificato decine di volte, su domanda dei palestinesi, degli europei e della Corte Suprema di Giustizia israeliana.

Insomma, viviamo in un mondo che si dice globalizzato. Certo per il lavoro e le merci, certamente per il capitale e la finanza. Certo non per gli uomini e le donne che vi abitano. Un mondo al contrario, chiuso in se stesso, aggredito da paure, prigioniero di un egoismo che lo rende più solo, incapace di immaginare un futuro che non ripeta gli errori (e gli orrori) del passato.

Ancora oggi altri muri o barriere continuano a definire l’identità dei popoli, a separare culture diverse e ad alimentare tensioni. Sono muri che forse non saranno famosi come quello di Berlino, ma che fanno la stessa cosa: separano pezzi di terra e persone, per ragioni politiche religiose e o di sicurezza.

30 anni fa a Berlino un grande evento di popolo cambiò la storia. Oggi abbiamo bisogno ancora della forza di quel “colpo di reni” che fu capace di sovvertire i piani delle cancellerie e delle istituzioni politiche ed economiche. La nostra sfida è allora quella di ritrovare, o ricostruire, quel sentire comune di allora, un sentirsi unico popolo che oggi che sembra essersi perduto, un popolo che capì che “si può difendere il territorio perfettamente con un ponte, non necessariamente con un muro”.

 

                                                                                                                                                                                                                                           Angelo Stucchi

                                                                                                                                                                                                                               Gorgonzola, 9 novembre 2019