Giornata Internazionale della donna


Carissime, carissimi,

l’8 marzo giornata internazionale della donna viene celebrata in molti Paesi del mondo per ricordarci le conquiste sociali, politiche ed economiche ottenute dalle donne nel corso degli ultimi secoli, ma anche discriminazioni e violenze subite, che purtroppo continuano ancora oggi.
Negli ultimi anni, riappropriandoci di questo suo significato, stiamo cercando di mettere in secondo piano il rituale consumista della mimosa per non offuscare disparità, difficoltà e soprusi che la donna incontra quotidianamente, per sostenere il riconoscimento del ruolo sociale e di raccordo che le compete in una società sempre più frammentata.

Allora anche il mio sguardo vuole mutare questa giornata da puramente celebrativa, a un momento di riflessione e di interrogazione sulle questioni ancora aperte sul piano sociale, politico e culturale che richiederebbero un’azione programmatica e congiunta da parte di tutti.

Lo faccio riconoscendo insufficiente operosità, non di un genere, quello maschile verso l’altro, ma dell’unità di generi che dà pienezza, per quanto poco fatto per contrastare la violenza sulle donne, piaga sociale dolorosa e in crescita. Lo faccio riconoscendo insufficiente o addirittura inesistente la tutela degli orfani dei crimini domestici e dei circa duemila orfani di femminicidio lasciati per troppo tempo soli a vivere il proprio dramma.
Interrogandomi sul perché si presta scarsa attenzione a misure e servizi capaci di conciliare esigenze di cura e di vita affidati in prevalenza alle donne con i loro tempi del lavoro e di come sia necessario tutelare maggiormente le madri lavoratrici. Di come ancora vi sia disparità salariale tra donne e uomini e come questo tema sia sempre messo a margine dei grandi dibatti sul lavoro.
Appare evidente come queste e altre questioni rappresentino solo una minima parte di un discorso molto più ampio per contrastare in maniera sempre più efficace ogni forma di discriminazione sulle donne, interventi non più rimandabili. 

Ma oggi, nel giorno della Festa della donna, voglio soprattutto ringraziare le donne per la loro forza e il loro esempio, in particolare tutte quelle donne che sono riuscite a superare la violenza di cui sono state vittime.
Lo faccio con convinzione e determinazione dopo avere incontrato donne che attraverso azioni gonfie di passione e dovere morale, fatte di impegno, di senso della comunità e di dedizione, hanno cambiato in meglio il nostro Paese e le nostre comunità. Dopo aver letto quasi per caso la storia di Emma Alatri, storica insegnante e direttrice della scuola ebraica romana, insignita del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Mattarella “per aver trasmesso con la sua testimonianza e i suoi insegnamenti i valori della libertà, della democrazia e il disvalore dell’odio”.
Emma Alatri diplomata nel 1944 in una sezione speciale per perseguitati politici e razziali, ha insegnato alla scuola elementare ebraica “Vittorio Polacco” dal 1945 al 1979. In un periodo molto delicato per la comunità ebraica, si legge nella nota del Quirinale, “ha trasmesso ai suoi allievi l’amore per la libertà e il senso di appartenenza alla comunità nazionale”.
È quello di cui oggi il nostro Paese ha più bisogno: una testimone credibile per sostenerci nel cambiamento, esempio illustrissimo della forza delle donne oltre l’8 marzo.

A Emma e alle altre donne come lei va il mio ringraziamento e quello della Città di Gorgonzola, così come a tutte le donne che affrontano tutti i giorni della loro vita con coraggio e determinazione.

 

Angelo Stucchi